mercoledì 24 febbraio 2016

Danza di primavera

All'alba di un giorno di primavera il sole si alzò nel cielo radioso come non mai e felice di scaldare la gelida aria della notte con i suoi raggi benefici. Generosa la stella più grande del nostro cielo, espandeva il suo tiepido calore fra le nubi colorandole di un rosa aranciato. La terra baciata dal sole si beava nel tepore dell'alba e si lasciava avvolgere dal tenue calore dei tiepidi raggi. Il sole ammirava la terra e come un pittore la dipingeva di colori che si accendevano al suo passaggio lieve di un giorno di primavera. Era una danza di sguardi senza precedenti, fra la stella più luminosa e il pianeta azzurro, denso di atmosfera. La notte incalzava e la terra si apprestava al torpore del sonno nel gelo della notte senza luce. Coraggioso il globo affrontava la notte da miliardi di anni e aveva imparato ad attendere fiducioso il nuovo giorno per incontrare l'amata stella e lasciarsi avolgere dal suo radioso manto. Dopo quel giorno di primavera così lieve e appassionato, il sole cominciò a roteare nel cielo e a danzare per l'amata terra e questa rimase stupita da tanta grazia. Non era più abitudine l'avvicendarsi del giorno e della notte, ma attesa e abbandono fiducioso. Il vortice della passione accendeva ogni giorno più il nucleo dei due ed il sole incorse in una tempesta che avvolse la terra con un bagliore sì intenso e colorato da lasciare stupita l'umanità intera. Il magma scoperchiò le vette dei vulcani e la terra s'accese tutta, anche di notte, in un delirio di luce. I due corpi s'intrecciarono fino ad essere confusi, non si distingueva il verde delle foreste o l'azzurro dei fiumi, nè il bianco dei poli e il colore eburneo della notte. C'era una luce diffusa e un bagliore accecante, che spaventò la terra riarsa la quale non si riconobbe. "Ti prego, mia stella, spegni i tuoi raggi furiosi, prima che io sia assorbita dal tuo generoso calore. Se non avrò la notte non sentirò il giorno che incalza, se non ci sarà il buio e il freddo, come potrò apprezzare il tuo calore, dove l'attesa di un novo giorno se mi avvolgi con il tuo impeto". Il sole l'amò ancor più, perchè prima di allora non aveva compreso le sue fragilità e allentò la presa dei suoi raggi travolgenti. Quale gesto d'amore più grande di quello di imparare a leggere nel cuore dell'altro, quale luce più avvolgente di quella tra due sguardi innamorati, qual dono più grande di quello di sè all'altro, nell'anima sempre candida e nel corpo segnato dalle ferite del tempo, ma che rinasce ogni giorno fra le braccia dell'amato.

domenica 21 febbraio 2016

Diluvio

Lidia era a casa quel pomeriggio d'inverno di fine Dicembre, leggeva un libro nella penombra della sala, gustando le parole della sua autrice preferita, in compagnia di se stessa e abbandonata alle emozioni della sua intimità. D'improvviso un tuono ruppe il silenzio e illuminò il cielo buio. Lidia non diede peso a quel fragore, una cortina la separava dal mondo, in quell'istante di solitudine che ella stessa si era concessa. Presto dovette fare i conti con il vento che strappava i panni dallo stendino e vinceva sulle mollette più deboli, scaraventando al suolo le magliette ancora umide. Posò il libro sul tavolino e si diresse verso il balcone, non prima di aver stretto la vestaglia sui fianchi per far fronte al freddo che s'intensificava nelle folate di vento. Raccolse i panni alla rinfusa e sistemò in un cesto proponendosi di rassettarli una volta rientrata nel tepore della sala. Così fece, ripiegò le maglie, gli slip, gli strofinacci per riporli sul calorifero e lasciar evaporare l'umidità. Girò la valvola del termostato su venti gradi e tornò alla sua postazione, sul divano, coprendosi le gambe con il plaid sul quale in precedenza aveva poggiato le gambe. Lieta di aver provveduto a quanto utile per ripristinare la perduta tranquillità, riprese a leggere il libro dalla pagina precedente, per recuperare il filo della trama del romanzo. Un tuono, più forte la fece sobbalzare e distolse nuovamente la sua attenzione. Lidia amava i temporali, e cominciò ad osservare il cielo, che, a tratti e con sempre maggiore intensità s'illuminava in lontananza. La pioggia cominciò a sbattere sui vetri della finestra del salone e Lidia si decise a fare un giro per casa per verificare che tutte le imposte fossero chiuse. Rassicurata tornò alla sua postazione e rimase incantata ad osservare le finestre, prima coperte da piccole gocce d'acqua riposte alla rinfusa, poi, velocemente, bagnate in modo più uniforme. "Che spettacolo", pensò, si sentiva al sicuro, nel tepore della sua abitazione, ad osservare quell'acquazzone che incalzava contro il suo terrazzo, "Quasi quasi mi preparo una bella tisana calda". Non fece in tempo ad esaudire questo suo desiderio, che l'acqua cominciò a penetrare sotto le imposte. "Mai successo prima", blaterò, mentre prese a dirigersi verso il bagno per raccogliere qualche asciugamano da riporre tra l'infisso e il pavimento. In quel frangente si accorse che dalla finestra del bagno, che si esponeva direttamente sulla strada, penetrava l'acqua senza inibizione di sorta e cadeva sul pavimento schizzando sui sanitari. "E ora, cosa faccio?". L'emozione provata pochi istanti prima si trasformò gradualmente in timore e poi in allerta, perché in pochi minuti si accorse di aver i piedi nell'acqua. Lidia non era preparata, non era mai successo prima che l'acqua entrasse in casa e i tuoni si susseguissero in maniera incessante e tale da coprire il rumore del vento. Tornò in sala e cercò di guardare fuori dalla finestra per accorgersi che l'acqua cadeva in modo torrenziale, a secchiate e s'infrangeva contro la sua finestra, quasi ad aprirla. Afferrò il cellulare e chiamò i vigili del fuoco per capire come ci si comportasse in queste evenienze, ma non riuscì a mettersi in contatto, le linee erano intasate. In meno di niente l'acqua le arrivò alle ginocchia e lei, che abitava al piano rialzato, intese che sarebbe stato opportuno uscire dall'abitazione. Raccolse le chiavi di casa e qualche oggetto di valore. Il suo cuore andò subito al romanzo, afferrò il libro, raccolse un paio di stivali dall'armadio, indossò l'impermeabile e afferrò la borsa, sentendo il cuore nelle orecchie e il respiro affannoso. Aprì la porta d'ingresso, lasciando entrare un fiume d'acqua, cercò di richiudere la porta, ma non ci riuscì, mentre l'acqua le era salita fino all'inguine e il freddo l'avvolgeva come una coperta di ghiaccio. Tremando tutta salì sul terrazzo dove incontrò i vicini di casa, sconvolti, infreddoliti, i bimbi piangevano e le mamme urlavano istericamente. Lei no, rifuggiva gli sguardi spaventati delle persone che incontrava e si spinse fino al muretto del terrazzo, sporgendosi per capire cosa stesse succedendo. Doveva essere esondato il fiume, e una corrente si dirigeva all'impazzata trascinando con sé auto, persone, rami, oggetti d'ogni sorta. Nessuna logica nei suoi pensieri, angoscia, paura, freddo, tutto quanto la spinse a guardare in alto: "Mio Dio, io e Te, ora, stringimi la mano, stringimi forte, fammi calore, parla al mio cuore, non lasciarmi, fammi sentire che ci sei, perdonami per tutte le volte che ti ho offeso, se hai deciso, vienimi a prendere, portami con Te, sì, ti prego, portami con Te!”. Le lacrime le coprivano il volto e questo la faceva sentire sollevata, riusciva finalmente a spingere fuori da sé un po' d'angoscia. Una mano l'afferrò violentemente e la spinse per terra, Lidia guardò con odio la donna che l'aveva urtata, per accorgersi, nell'immediato, che se la signora non l'avesse spostata, sarebbe stata colpita da un pezzo di cornicione che le si stava scagliando contro. Lidia tornò in sé e ringraziò la donna con un sorriso, chiedendole implicitamente scusa per lo sguardo d'odio che poc'anzi le aveva lanciato. Qualcuno aveva scelto la vita per lei, o forse il suo Dio aveva risposto alle sue preghiere. Lidia si guardò intorno, la pioggia aveva diminuito la sua intensità, anche se un fiume d'acqua scorreva ancora tra le strade. Ricordò di aver lasciato la porta d'ingresso aperta e comprese che in quel fiume si raccoglieva tutto quanto le appartenesse, aveva perso tutto, tranne il romanzo, fradicio, ma che ancora stringeva fra le mani. Ripensò a quel momento in cui si era seduta sul divano, con il libro sulle ginocchia, si sentiva ricca, piena, al sicuro, inconsapevole che quello fosse il momento di snodo fra il prima e il dopo. Ora alzò lo sguardo supplice al cielo e chiese a Dio perché non l'avesse presa con sé, le toccava ricominciare, ancora una volta. Dopo quel momento di rabbia, disperazione, Lidia comprese, che, per assurdo, ora era più ricca di prima, era sopravvissuta ad un'esperienza singolare, era nuda e spoglia, aveva perso tutto quello che la proteggeva, ma proprio per questo aveva avuto l'occasione di scoprire come fosse, senza orpelli. Era una persona fragile, incapace di far fronte alla paura, si era fatta prendere dal panico, ma aveva fatto l'unica cosa che l'avrebbe salvata, aveva chiesto aiuto al suo Dio. "Nulla sono, mio amor, nulla possiedo, non posso fregiarmi di altra virtù, che quella di avere Te. Non ho difese, né persone che dicano di me "mia": "mia sorella", "mia figlia", "mia moglie", "mia madre", ma il mio nome è scritto sul palmo della tua mano e io posso dire di avere Tutto e ringraziarti sempre, incessantemente, in ogni palpito del mio cuore, in ogni respiro e battito di ciglia".

martedì 1 settembre 2015

Joseph impara a camminare

Joseph ha 34 anni, Joseph non può parlare, non può muovere le gambe e le braccia, alla nascita aveva il cordone intorno al collo, per qualche minuto di troppo non è arrivato il sangue al cervello. Così Joseph è divenuto un bellissimo bambino cerebroleso, ma è stato tanto amato da sua madre sin dall'istante del suo concepimento che questa non ha mai avvertito la sua diversità. La mamma, quando ha saputo la notizia, ha subito pensato "io parlerò al suo cuore, il cuore non ha bisogno di gambe, di braccia e neanche di parole, il cuore ha una sua voce e sono certa che lui l'ascolterà". Così trentaquattro anni fa Joseph è venuto al mondo, con i suoi occhi colore del cielo e la pelle color latte. Quando Joseph era piccolo sorrideva sempre, non si sentiva diverso dagli altri, comunicava con i suoi occhi e questo bastava, era circondato da persone che gli volevano bene. A quindici anni Joseph ha perso la sua mamma. Il mondo gli è crollato addosso, solo in quel momento Joseph si è accorto che la sua mamma era la sua voce, le sue gambe e le sue braccia, ed è stato allora che Joseph ha avvertito tutto il peso della sua inabilità. Joseph smise di mangiare, la vita aveva perso il suo interesse, era sempre con il capo poggiato da un lato della sua sedia a rotelle e ogni giorno che passava, si rinchiudeva sempre più nella sua infermità. Allora sì che fu paralitico davvero, il suo cervello cominciò a impigrirsi e i suoi arti a irrigidirsi. A diciannove anni Joseph ebbe una grave crisi, fu ricoverato d'urgenza in ospedale ed entrò in uno stato comatoso. In quello stato vide sua madre, lei era bella e sorridente, gli porse una mano e con quella mano lo alzò dalla sua sedia e Joseph si accorse che poteva camminare. Allora si svegliò e con immenso dolore, che non era solo un dolore del suo corpo e si ritrovò in tutta la sua infermità. Joseph si riprese e tornò a casa, ma tutto era cambiato: il suo modo di sentire e di vedere le cose. Joseph si sentiva vivo e desiderava esserlo, inondato delle meravigliose sensazioni che si succedevano nella sua giornata. Joseph imparò a scrivere al computer con il movimento dei bulbi oculari e cominciò a trasferire sul foglio tutte quelle meravigliose emozioni che il mondo gli regalava. Joseph era diventato uomo, lui che era stato bambino sempre, a diciannove anni aveva scelto la vita! A trent'anni Joseph scrisse il suo primo romanzo che dedicò alla madre con questa iscrizione: "A mia madre, che mi ha donato la vita, e poi un cuore, alla donna che mi ha lasciato osservare il mondo con i suoi occhi, mi ha prestato la voce e le gambe e le braccia per entrare in relazione con l'umanità, alla persona più pura e bella e speciale che mi ha guardato sin dal primo istante con gli occhi del cuore. Ringrazio Dio per avermi fatto questo dono, ma lo ringrazio anche per avermelo tolto, perché è solo allora che ho scoperto tutto il bene che Dio ha posto in quella donna, solo allora ho compreso che tutto l'amore che da lei ho ricevuto, non mi apparteneva, e che era arrivato il momento di ridonarlo al cielo. E' stato allora che ho scoperto di avere un cuore, e una voce e delle gambe e delle braccia, e soprattutto ho scoperto che in me c'era tutto quello che mi serviva per essere in vita ed è strano da dirsi da uno come me, ma è stato allora che ho imparato a camminare".

venerdì 21 agosto 2015

Dedicato a Violeta Parra

Quel giorno faceva molto caldo, il giorno in cui Violeta aveva deciso di rappresentare il suo cuore. Quel giorno Violeta riordinò il suo teatro e vi fece entrare tutta la luce possibile, era un giorno importante, quello in cui doveva cantare tutto quanto aveva amato, quel tanto che la inondava ogni giorno, che le abbagliava la vista del quotidiano, che la spingeva alla ricerca di nuove strade, quelle strade dal profumo di Paradiso. Violeta vide dinanzi a sè tutti i suoi amici, i suoi famigliari, tutte le persone amate e intonò "Gracias a la vida"! Chiuse gli occhi e mise tutta la sua passione, pensò all'unico uomo che aveva amato a cui aveva dato tutta se stessa: il suo presente, il suo passato, i suoi progetti per il futuro. Pensò ai suoi figli, ricordò le sue opere, la sua infanzia fra i campi. Tutta si diede in quell'attimo di gioia e gratitudine, cantò con l'anima e con il corpo e in quella fusione le parve di vedere il creato con tutte le sue creature e di poterle tutte contenere nel suo cuore. Aprì gli occhi, lì, nel suo palco, che era la sua casa, ma non c'era nessuno. Il suo cuore colmo si chiese dove fosse l'amore della sua vita, dove i suoi amici, i suoi estimatori? Pensò alla sua terra e alla sua infanzia così sofferta e il suo piccolo cuore si strinse in una morsa che parve soffocarla. Chi avrebbe accolto tanta vita? Chi avrebbe ascoltato le sue belle parole? Credette che quel momento fosse eterno, fosse vero, fosse sempre, fosse l'ultimo e in quell'istante raccolse tutta la solitudine della sua vita e non vide che quella, troppo per il suo grande e fragile cuore. Così Violeta disse addio alla vita, la vita che lei aveva amato con tutto il suo cuore, ma dalla quale si sentì tradita. E la vita non le ha resistito e l'ha accolta nel suo grembo senza mai più restituirla al mondo.

domenica 26 luglio 2015

Le parole dell'Amore

Leo era molto triste, molto solo, tutti lo avevano allontanato da quando, in un incidente, il suo volto era stato sfigurato dalle fiamme. Leo desiderava morire, non amava più la vita, immaginava che la terra si aprisse per poterci sprofondare, senza essere ricordato da nessuno, voleva diluirsi nell'aria, dissolversi nel vento. Preso dalla disperazione decise ad aprire un libro, a caso, in una biblioteca di periferia, pregando il buon Dio di dargli un segno, qualcosa che riaccendesse nel suo cuore la speranza, e così fu. Alla pag. 100 di un tal libro Leo lesse queste parole: "C'è stato un giorno, tanto tempo fa, ch'io mi provai a ricomporre la mia immagine, e tutti insieme misi i pezzi del puzzle della mia esistenza, quando, all'ultimo frangente, s'accese un fuoco che percorreva i confini delle tante storie della mia vita e bruciava sì forte da accendere nel petto un dolore insopportabile. Io mi piegai e chiesi perdono a Dio, se l'immagine che mi ero provato a costruire, che tanto somigliava alla sua, non poteva stare insieme perchè la lava del dolore scorreva veloce nelle fessure del mio cuore. Aspettai qualche minuto, ma il dolore non cessava, e qualche ora, ma non potei che distruggere quell'immagine sì bella e pura e viva. Dinanzi agli occhi vidi le ingiustizie e il male, il disinteresse e l'odio, che tutte insieme invasero l'orizzonte, fino a renderlo uniforme, e non si scorgeva il bene e le carezze e l'Amore ed in tal guisa l'una parte si frammentava e l'altra si proteggeva e l'immagine si serbava, almeno nel ricordo. Poi incontrai Te, mio Creatore, che portasti la mia mano al tuo cuore e da quel dì seppi, che di un gesto così vile, tu, mi avevi perdonato. Niente mi ha ridato un'immagine sì nitida, nè il mio cuore è stato più capace di donarsi come allora, la creatura che ero non lo sono più, la vita, le persone, i luoghi, non hanno più lo stesso sapore. Una sola certezza, da quel dì, hai preso a scorrere nelle piaghe del mio cuore, e quando incontro il dolore, incontro anche te, con il tuo sorriso e la tua infinita dolcezza, ora non ho più paura”. Leo richiuse il libro e comprese che non c'era strada tanto nera, dalla quale non si può risorgere, che ogni inciampo lascia il suo segno, che ogni segno si può solo risanare, ma ogni solco diventa trama, e questa diviene storia. Leo ebbe finalmente il coraggio di guardarsi allo specchio e quello che vide lo spaventò, ma piano piano, prese confidenza con la sua immagine, e imparò ad amarsi. Pensò che in ogni solco inciso dal fuoco c'era un pezzo della sua storia e tutto insieme disegnava la mappa della sua vita. Ad ogni piaga diede un nome per non dimenticare. Fu allora che Leo conobbe Lara, la donna che ebbe il coraggio di amare Leo in tutto il suo essere, in tutta la sua storia che egli portava scritta in viso, anzi, a causa di tutta la sua storia, teneva sempre a precisare la sua amata. Che insolito percorso aveva scelto il destino per insegnare a Leo le parole dell’Amore, un destino che lo aveva spinto fino al limite della sopportazione, limite che per qualcuno significa “fine”, ma che per Leo era stato solo un inizio.

domenica 14 giugno 2015

Gli occhi di Luca

Appena nato, Luca, aveva i suoi occhioni blu spalancati sul mondo, e sembrava volerlo comprendere tutto quell'universo di colori, profumi e melodie. Ogni giorno una nuova scoperta, in ogni momento, come in uno scrigno, Luca cercava i bagliori della vita. Chiudeva gli occhi per riposare e i sogni gli suggerivano nuove storie ed ogni volta era felice di abbandonarsi fra le braccia di Morfeo, almeno quanto era felice di risvegliarsi. Sorrideva sempre Luca, a tutti, indistintamente, e con i suoi grandi occhi diceva una sola parola:"Amore!". Tutti erano contagiati dalla sua gioia, persino le piante si rianimavano e le pietre risplendevano come diamanti in sua presenza. La terra era lieta di aver accolto fra le sue braccia un'anima così pura e vitale da non sembrare passibile di corruzione, ben sapendo che tutto ciò che è non può non cessare di essere, pur portando in sè il riflesso dell'eternità. Così, dopo non troppo tempo, Luca divenne un angelo e volò in cielo per tornare al suo Creatore, nel sonno, senza quasi accorgersi del passaggio; in realtà la sua anima candida sembrava non aver mai lasciato il cielo! Quel giorno in cui la terra si accorse della sua dipartita, ogni uomo, ogni animale, ogni pianta e persino le pietre sembravano aver perso il senso della loro esistenza e il buio fu nei loro cuori. Luca aveva portato con sè i sorrisi di ogni essere vivente e la Terra tutta stava per essere inghiottita dal suo stesso dolore. Ma la Natura vive sempre e comunque, contro il suo stesso volere, la sua rabbia e le sue intemperie. Dopo giorni di grida di dolore, di lacrime versate fino a inondarla, di tempeste e burrasche, il creato tutto si pacò. Non un suono, non un rumore, il silenzio piombò in ogni cuore e in quella quiete l'umanità ritrovò se stessa e benedisse mille volte il Creatore per avergli mandato un'anima pura e bella come quella di Luca.

giovedì 21 maggio 2015

Il bosco di Giulia

Tanto tempo fa, la piccola Giulia, si allontanò dalla sua famiglia, mentre sostanva nei pressi di un lago per una scampagnata. La sua curiosità la spinse a inseguire il canto degli uccelli, il fruscio delle foglie sotto i suoi piedi, il mormorio degli alberi mossi dal vento. Le meravigliose forme che serpeggiavano fra luci e ombre nel bosco di faggi secolari, la spingevano sempre più lontano. Il tempo aveva cessato di scandire i miunuti nella sua mente, ella si sentiva parte del tutto e non avrebbe rinunciato a quella sensazione neanche cedendo ai morsi della fame e al richiamo dei suoi genitori. Volteggiava tra i cespugli alla ricerca di qualche impavido animale, col quale avrebbe potuto stringere amicizia. Non si accorse che la sera aveva reso i suoi passi incerti su un suolo non più visibile alla luce del tramonto, e, ignara dell'oscurità che nei boschi anticipa i suoi tempi a causa delle alte fronde degli alberi, si ritrovò sola e al buio, tra i versi degli animali, non più tanto amichevoli, e gli arbusti spinosi nei quali s'impigliavono le vesti. Il freddo e l'umidità le facevano battere i denti e l'angoscia aveva preso il posto dell'euforia. Adesso lo stomaco vuoto reclamava il suo cibo e la piccola Giulia, era impotente di fronte all'incalzare delle sue necessità. Che fare, non poteva tornare indietro, perchè al buio non distingueva il sentiero, la cosa più saggia era fermarsi, trovare un rifugio per la notte. Purtoppo questa arguta riflessione non fece in tempo a dirigere i suoi passi, perchè Giulia inciampò in un fosso e ruzzolò in una buca, che sembrava non finire mai e la portava sempre più giù. Quando finalmente toccò le pendici di quel precipizio, potè tirare un sospiro di sollievo: era ancora viva! Ma era viva e basta, nessuno avrebbe potuto trovarla, nè lei risalire, il buio e il silenzio erano fuori e dentro di lei e in quel silenzio avrebbe potuto perdersi più che nel bosco. Giulia era sempre stata un bambina coraggiosa che sapeva di esserlo, ma in quel frangente parve dimenticarlo. Non riusciva ad attingere alle risorse della sua mente per fonteggiare la paura e l'angoscia e pregava Dio di tirarla fuori da quell'assurda situazione, come in una magia, magari sul dorso di un angelo...ma non succedeva niente. Piano piano sopraggiunse la rassegnazione e il sonno e la stanchezza presero il sopravvento. Nel mezzo della notte Giulia aprì gli occhi, forse per il freddo, o perchè era scomoda e si spaventò fortemente, non riusciva a ricordarsi dove fosse, confuse il verso degli animali con il richiamo della mamma - Giulia svegliati, ma dove sei finita, smettila di agitarti! -. Nel terrore scoppiò a piangere e cominciò a gridare, pur comprendendo che nessuno poteva ascoltarla. Le ore passavano e in Giulia si pacò ogni protesta e la stessa comprese che per sopravvivere avrebbe dovuto rinunciare a vivere. Proprio così, Giulia capì che la paura di morire non poteva proteggerla, nè l'angoscia, era necessario lasciarsi alle spalle tutto quanto le era appartenuto, fino a quel fatidico giorno in cui si era persa nel bosco: i suoi familiari, i suoi sogni per il futuro, la sua casa, i suoi amici, i suoi fratelli. Per quanto strano a dirsi, la cosa più difficile da sdradicare furono i suoi sogni, Giulia voleva studiare, voleva diventare un medico, voleva una famiglia tutta sua...in quel preciso momento in cui si era allontanata dai cugini con i quali si tratteneva nei pressi del lago, pur piccola e incapace di valutare le conseguenze, aveva fatto una scelta che avrebbe modificato radicalmente il corso della sua vita. A nulla servivavo i rimpianti, nulla poteva esserle restituito, era nel fondo di una buca, senza tempo, nè spazio: era ora di prepararsi a morire. - Mio Dio - pensava - la vita è tutta qui? Ho perso ogni cosa, e forse mi appresto a perdere la vita, eppure sento di esistere, nonostante la morte sia alle porte, sento che non finirà, me lo dice la speranza che aleggia sopra ogni impossibilità, me lo dice quel pieno che sento nel cuore, così colmo di emozioni, ancora qui, dove non c'è più niente, ma ci sono io, mi sento viva, leggera, anche se non so se dopo questo respiro ce ne sarà un altro. Giulia aveva perso ogni cosa, in compenso aveva trovato l'abisso del suo cuore, la sua immensità nella sua piccolezza. In quel preciso momento, il buio non fu più buio, la solitudine fu pienezza e Giulia sentì di poter accogliere nel suo cuore l'infinito. Comprese che la vita di ogni uomo è il negativo di un'immagine complessa e piena di colori che è dentro il suo cuore, ma che, a volte, lo si scopre tardi, o forse non lo si scopre mai. Giulia chiuse gli occhi e si abbandonò.